Ascoltando Tim Buckley mentre fuori piove a dirotto sulle ceneri di questa città, dopo un week-end da paranoia. Le vite che si spezzano con la stessa facilità di amori adolescenziali e della fiducia degli uomini. È piuttosto evidente che il paradigma tradizionale della fiducia non funzioni più, da queste parti come altrove abbiamo fatto a tempo a vederlo ed a prender l’armi contro questi mali ed opporvici. Senza distruggere, però: essere innocui insomma che sennò è volgare.
Gli appelli gridati alla manifestazione di mercoledì scorso da sindaci e rappresentanti di quelle stesse istituzioni che ci hanno fregato ed appestato erano eloquenti: non-violenza, solo il voto ci salverà. Il voto per il centro-destra. A che vale votare? Scegliere tra la connivenza e la coincidenza con la camorra? A niente, quanto non vale spostare la discarica un metro più a sinistra o a destra. Quanto non vale a molto impedire al papa di parlare a La Sapienza se tanto possono parlare i suoi cani da guardia (dai fascisti ai sedicenti comunisti) al posto suo. Tanto per ricordare che il pensiero unico, l’ideologia dominante totalitaria del capital-parlamentarismo trionfante, sta cancellando a ritmo forsennato dissenso, buon senso, resistenza. Come Wikipedia che censura una dichiarazione di Amnesty International (che non mi risulta essere un collettivo di black-block). Semplicemente, il dissenso sparisce, la durata delle cose si restringe, si scivola impietosi in un dominio dell’aleatorio e del precario.
Quante cose si succedono mentre una ragazza di ventitrè anni muore su un’autostrada, lontana da casa solo per andare a fare un giro lontano da tutta questa merda. E tu la conosci, sei a pochi chilometri da lei, ma lo sai solo dopo tre giorni. E nel frattempo ti senti appeso ad un filo e piangi come un ragazzino. Ed i compagni, a pochi chilometri, vincono la loro piccola battaglia contro un nemico enorme ed impalpabile. E gli amici che hai lasciato a casa, fronteggiano l’ipocrisia delle istituzioni ed il dominio incontrastato ed incontrastabile della camorra.
Eventi che, messi insieme, forse non danno niente di quello che il mondo è in questo momento. Al più ne verrebbe fuori una mediocre sceneggiatura per Alejandro González Iñárritu, eppure le sensazioni si miscelano in modo strano restituendoti l’inquietudine di un tempo che non dura solo pochi attimi. L’inquietudine di essere vivi ad intermittenza, perduti sempre.
E - ma questo io - ribelle, per forza.